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Schiavo vostro

La goccia che cade.
La foglia che rimbalza in alto.
Il ramo che sussulta.

Le stalattiti sono grani di zucchero
- a volte acre, a volte dolce …
Un millimetro? Il peso di un sacco di sale
sulla schiena bruna e secca
dei vecchi di salina. Ci fu una linea
che disegnò per prima il fiato
e la civetta che calcò la prima sillaba
era scritta sulla sabbia. Fu tracciata
da due dita.

Ci fu un uomo, si chiamava Tal
- ‘o siòr Tal -
che dicendosi per primo schiavo,
per cortesia dovuta ad un amico
ad un parente, inventò la nostra
parola del saluto. Rimase intesa
tal dichiarazione di servizio anche
fra chi era padrone. Sparì col tempo
la lor maniera a malaffare:
i vossignoria, i lorsignori,
i baciamo le mani. “Gradisce
la signoria vostra una partita di … ?”

Prima ancora quello sciavo
- da calle e ponte veneziano -
conteneva una civetta un gufo,
forse un daino, e tanti rii
di sabbia smossa e semovente
filtrata in tante bocche,
in tante fibre di tessuto prima grezzo,
poi più fine, a maglie sempre più tornite
per grumi granuli e farine,
ancor di più, raffinate e rifinite.
Ora è più semplice – meno una vù
e senza esse … – ciao.
 
Fernando DP – 20/07/2011

 

Commenti dal vecchio blog:  http://versisfusi.splinder.com

 

e così adesso, i più senza saperlo, ci diciamo “schiavi” gli uni degli altri… mi piace molto come hai raccontato questa storia in versi, bravo!
Utente: Ecatmel Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Ecatmel

#2  02 Settembre 2011 – 15:12
Eh si! Ecatmel… E’ stranissimo come va la storia a volte, sopravvivono le usanze degli umili e spariscono quelle dei ricchi, padroni, nobili o come dir si voglia… :-)Grazie Mille!Ciao

Fernando

Utente: FernandoDp Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. FernandoDp

Infernetto 2011

Sembrano voci tutte uguali …
Qualcuno con una sua personalità?
Qualcuno che si possa riconoscere
in mezzo a tanti e tante, gatti e gatte
morte?

E’ un mare di pesci a bocca aperta e muta,
esalanti, dritte circonlocufisiche sul verso,
roteanti e fisse, nella ghiacciaia.

Girone dantesco e parola stracca sull’assito.
Mostro informe brulicante vita,
scuoiato e putrefatto.

Zitti! Zitti! Zitti! Dateci almeno il beneficio,
la costruzione del silenzio!
Gatte morte lupi e fere col cruccio dell’invidia,
il vizio dell’infamia, la delusione del sarcasmo,
il male della vita!
 
Fernando DP – 07/08/2011

 

Immagine: Divina Commedia Inferno gli Scismatici, Renato Guttuso

 

Commenti dal vecchio blog: http://versisfusi.splinder.com

 

#1  22 Agosto 2011 – 08:47
la costruzione del silenzio sarebbe, di sicuro,  la pena più ardita!
Utente: Ecatmel Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Ecatmel

#2  22 Agosto 2011 – 20:25

Non la vedo come una pena. Parlo di silenzio inteso come spazio per riflettere seriamente sulle cose che ci circondano. Esigere calma da un mondo troppo caotico e pieno di stimoli.

Ciao e benvenuto Ecatmel! :)

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#3  30 Agosto 2011 – 14:14
perdonami, ma la mia era una battuta nei confronti di chi contribuisce a rendere caotico e fracassone questo mondo, in quel caso potrebbero starci bene in un piccolo girone dell’inferno, condannati al silenzio e all’ascolto…
a parte questo in realtà mi è piaciuta moltissimo la tua poesia.
ciao
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#4  02 Settembre 2011 – 15:15
Se la metti così… un silenzio forzato come pena, senza poter parlare ma solo ascoltare, è una pena severissima, da applicare a molti.

Grazie Ecatmel! :-)

Fernando

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La versione di Giuseppe

 

 
FESTIVAL IL MONTESARDO – Musica Antica, Teatro e Poesia –
Dodicesima edizione, 2011
Regione Puglia, Città di Alessano, Accademia di Terra d’Otranto
Direttore artistico: Doriano Longo

 
31 AGOSTO – Piazzetta Santa Maria del Foggiaro, Alessano, ore 20.30

 
LA VERSIONE DI GIUSEPPE – Poemetto per Don Tonino Bello

 
Testi di Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Simonetta Bumbi, Marilena Cataldini, Anna Costalonga, Fernando Della Posta, Margherita Ealla, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Giancarlo Locarno, Abele Longo, Domenica Luise, Malos Mannaja, Nina Maroccolo, Vincenzo Mastropirro, Antonella Montagna, Stefano Giorgio Ricci, Antonio Sabino, Iole Toini, Pasquale Vitagliano, Carmine Vitale

 
Lettura di Ippolito Chiarello con musiche di Rocco Nigro (fisarmonica)

 
http://neobar.wordpress.co​m/2011/08/05/6048/

 

 

Sul Cane

Mi fido più del cane perché usa la bocca,
sia per aggredire che per accarezzare.
Non ha armi segrete.
Il muso da lontano è il più carino e dolce
ma le fauci da vicino, son le più feroci,
son presagi di razzia.

Perché portano condensa di opposti
in contrarsi e distendersi
di membrane sottili e nere e dentellate
sul palato a coste susseguenti
e dure sulla volta, e rosse vermiglie
sotto i denti bianchi. Lunghi e storti
i canini, se giovani, e la lingua è lunga
a cucchiaio nell’acqua, a carezza molle
sulla faccia degli amici.
Gli occhi sono sempre rivelatori
sorridenti affranti o tristi
più del contrarsi delle palpebre
e delle sopracciglia umane.

Perché il cane più dell’uomo vive l’attimo.
Se soddisfatto e ricambiato poi dimentica.
Per sempre. Non trama.
Se avrà qualche rimostranza da farti
non la rivolgerà mai da solo al mondo
e non a te.

 

Fernando DP – 07/07/2011

 

 

Quasi zero

 

Scriver’è qualcosa
d’improbabile finché
non è un evento E,
un accaduto E!
Eppure un brano P(E)
è un evento quasi zero.

Ma è sempre un quasi
che, i letterati cercano.

 

Fernando DP – 25/05/2011

Ricorsivamente

 

La ripartenza della penna d’oca
con la punta a cannula schiacciata
dal cerchio superiore della g.
La virgola su in cima come un ciuffo
si pronuncia più imbronciata alla sua fine
e riprende vita come sfera
prima della fine del contatto.
Si riaccende alla scintilla dell’idea,
si fa d’un tratto più marcato
con gesto ricorsivo
e colora del grigio che scurisce a poco a poco
dove la forma è assente.
Per una bolla più marcata
a chi la vede sfumatura
per far cadere neve dove prima
c’era solo un foglio bianco.

 

Fernando DP – 13/04/2011

 

Immagine: Fausto Melotti – “Scultura g”.

La favola dell’albero di Allah

 

Ho tradito il mio sguardo pensando
che fosse tutto un arrendevole abbracciarsi
e strascicarsi di parole appese al labbro.
Virgole negl’interstizi, o nell’intervallo
della carne rossa,
e opposizione nell’unione dello spirito
che tutto separa tutto include – adolescente.

Ho tradito il mio sguardo pensando
che un filo rosso che si slaccia da una guancia
e si posa lieve su una bocca
ha a che fare poco, con l’amore in boccio.
Un occhio presentito e prematuro
lascia travisare una scelta che c’è stata
ma potrà non essere.
Basterà un cadere lungo i fianchi delle braccia,
uno scostar di lato il guado, una triste vela
a terra che si posa.

È così fragile l’amore in boccio,
è così improbabile che scoppi un terremoto,
eppure accade …
Possono incontrarsi foglie mentre cadono,
si girano di scatto, s’abbracciano cadendo.
Un alito di vento le separa, un alito di vento
unisce.

 
FernandoDP – 14/01/2011

 

Immagine da: http://www.artekjara.it/Quadri/Affreschi/Villa/albero_vita.shtml

Rotonda di Luglio

 

Piazza Venezia è un incontrasi
d’ammiraglie
prossime al disastro.
Dalle parti del Vittoriano
è già successo:
arriva tutto il Titanic

- rovine e marmi bianchi
sul ponte, e il capitano
è tutto il Campidoglio,
e il Colosseo gli fa da mozzo
… e pure da piscina -

e le colonne in bella mostra
sulla chiostra, fanno l’iceberg
che s’infrange sull’asfalto.

E le automobili lo sfuggono
come un lebbroso.
S’inseguono e lo scansano
come biglie in contrappeso.

Il vigile è una stalattite bianca
- istantanea -
e la gonnellina sbarazzina
di una bimba – carina -
con il broncio …
chiede tanto un  po’ di fresco
alla sua mamma.
 

 
Fernando DP – 10/07/2010

Moby Dick

 

Call me Ishmael”.

Non conosco colori
per descrivere il romanzo
ma di sicuro è uno solo
ed è freddo,
come l’apnea bagna
acconcia e ridisegna
i capelli – tentacoli nodosi,
di un unico albero.

Un trealberi bianco
e traslucido come il legno
intriso di sale di gamba
monca di bocca di bianca
balena.
Feroce uragano di rogge,
marea che sale traboccante
d’oscuro lanciare l’arpione.
La sartia segue il lancio,
serpeggia in cielo,
l’inghiotte la schiena dell’onda.

Uccidi capitano!
Uccidi il Leviatano!
Zittisci il boato!

Capitano… !
Esisti oh capitano! Sii segno,
vessillo, come esisti tu
nemico, oh Leviathàn!

 

Fernando DP – 26/08/2010

 

immagine da: http://sudterrae.blogspot.com/2008_10_10_archive.html

Vigilia

 

Nasce il bimbo ch’è di tutti
- uguale ad ogni altro -

e c’è il travaglio di una mamma
- uguale ad ogni altra -

e il dimenarsi di un padre
- uguale ad ogni altro -

Tutti i misteri dell’affetto
e dell’incompreso
che a cena si dimenticano
e il sorriso dei cugini piccoli
- per un attimo -
me lo fanno ricordare.

E i rami spogli e scheletriti
del giorno che non è giorno
ch’è solo grigio e sera presto
e i piccoli fumi
di fuochi domestici che salgono
dai camini alle campagne
- tanti campi di battaglia -
dove tigri antiche son cadute …

Ma non c’è tempo
per vederle, non c’è tempo
per pensarle!
 
Fernando DP – 01/12/2010

 

Poesia scritta per “L’idea è che Natale sia Natale 2010″ su http://fernirosso.wordpress.com/2010/12/03/n27-fernando-della-posta/ e

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